UNIVERSITÀ DEGLI STUDI D FIRENZE
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
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Tesi di Laurea in Storia MedievIale
 
 
 
 

IL MONDO RURALE PONTREMOESE
NEL XV SECOLO



 
 
 

Relatore: Chiar.mo Prof. GIOVANNI CHERUBINI

Candidata: LAURA BERTONCINI

Anno accademico 1995/96
INDICE
 

PREMESSA
1. La Lunigiana, 6.
2. Le fonti, 13.
3. La ricerca, 22.

I / SOCIETÀ ED ISTITUZIONI PONTREMOLESI NEL XV SECOLO
1. Le origini, 27.
2. Il burgus, 32.
3. L’ordinamento del comune, 34.
4. La situazione finanziaria, 42.
5. I burgenses e i districtuales, 44.
6. La cultura, 50.
 
 

II / INSEDIAMENTI, AGRICOLTURA E SFRUTTAMENTO DEGLI INCOLTI
1.Gli insediamenti, 53.
2. L’attività agricola, 66.
3. L’allevamento, 72.
4. L’apicoltura, 81.
5. La pesca e la caccia, 83.
6. Il legname, 88.

III / LE PRINCIPALI COLTIVAZIONI AGRARIE
1. I cereali e i legumi, 108.
2. La vite, 113
3. L’olivo, 117.
4. La castagna, 120.
5. La canapa e la produzione tessile, 129.
 
 

IV / LA CASA
1. L’esterno, 135.
2. L’interno, 141.
3. Il vestiario, 145.
4. Il mulino, 154.

TABELLE

Distribuzione delle colture nel territorio di Pontremoli, 93.

Percentuale delle colture presenti nel territorio di Pontremoli, 100.

Animali posseduti dagli abitanti delle vicinie di Pontremoli, 101.

Animali posseduti dagli abitanti delle ville di Pontremoli, 104.

Percentuale degli animali presenti nelle ville di Pontremoli, 105.

Alveari presenti nelle ville di Pontremoli, 106.

BIBLIOGRAFIA,
PREMESSA

1. La Lunigiana

Territorio - cerniera tra la pianura Padana, la Liguria e il Tirreno, la Lunigiana è una regione
prevalentemente montuosa, caratterizzata da un succedersi di valli che si staccano dal crinale appenninico e
attraversata da numerosi e facili valichi.
Già in epoca preistorica le valli della Lunigiana dovettero essere attraversate da percorsi di crinale e in
epoca romana, sulla direttrice del corso della Magra, correvano le vie di collegamento tra Luni, Parma e
Piacenza, come hanno provato i recenti scavi archeologici di Filattiera. La caratteristica principale di questo
territorio è sempre stata, nei secoli, quella di grande asse viario tra il nord e centro Italia.
Con il nome Lunigiana oggi si identifica la parte toscana del bacino del fiume Magra, con il territorio
pontremolese compreso nella sua parte più settentrionale e una superficie di 975,59 kmq. Una piccola area
geografica che, tuttavia, è caratterizzata da un sistema di valli, ciascuna con un proprio micro- clima che
determina una estrema varietà di paesaggio.
Il clima, tuttavia, è generalmente umido e ciò favorisce la crescita di una rigogliosa vegetazione, sia nelle
piane alluvionali dei fondovalle che nelle colline e nelle praterie d’altitudine dell’Appennino, un tempo ricoperte
da foreste di abete bianco e oggi da prati - pascolo e vaste brughiere di mirtilli. La copertura vegetale prevalente
è ancora oggi quella del castagneto: negli scavi archeologici di Filattiera resti di focolare hanno dato grande
abbondanza di carboni di castagno, il che ne lascia supporre un uso alimentare già diffuso nel VI secolo d. C.
Se per Lunigiana oggi si intende una piccola area geografica ammini- strativamente appartenente alla
Toscana, la Lunigiana storica, viceversa, comprendeva un vasto territorio corrispondente a tutto il bacino del
fiume Magra (Val di Vara compresa), ma anche a territori dell’alta Garfagnana e della montagna parmense. Gli
storici identificano la Lunigiana storica con il territorio del municipium della città romana di Luni [1].
Il nome Lunigiana si trova indicato per la prima volta in un documento del 1141, ma senza dubbio era già in
uso da tempo derivando, attraverso una doppia forma suffissale, dal toponimo latino “Luna”, colonia sorta alla
foce del fiume Magra.
Il territorio lunigianese fu abitato già nel Paleolitico, ma soltanto nel Neolitico, nell’età del ferro e
nell’età del bronzo le popolazioni liguri - apuane dovettero raggiungere un alto grado di civiltà, di cui resta
testimonianza nelle statue - stele: rappresentazioni in pietra di guerrieri armati di asce, pugnali e lance e di
donne con seni prosperosi e monili. Il fenomeno culturale delle statue - stele si estinse alle soglie della
romanizzazione, forse proprio quando i romani riuscirono a sconfiggere definitivamente le tribù locali,
deportando poi nel Sannio 5000 liguri - apuani [2].
Con i bizantini la Lunigiana entrò a far parte della “Provincia Maritima Italorum” e fu uno dei territori
cardine del “Limes” di difesa, come è documentato dagli scavi di Filattiera. Luni e il suo territorio nel 664
caddero nelle mani dei longobardi di Rotari. Dopo la sconfitta dei longobardi, ad opera di Carlo Magno, gli
Obertenghi ottennero l’investitura feudale della Lunigiana e tra le varie famiglie obertenghe il ruolo
preponderante lo assunsero i Malaspina [3].
Dopo aver avuto conferma dei propri possessi in Lunigiana da Federico Barbarossa, i Malaspina, nel primo
decennio del XIII secolo, ini-ziarono azioni di guerra contro i vescovi - conti di Luni e nel 1206 furono bloccati
a Caprigliola dal vescovo Gualtiero, non riuscendo ad occupare la piana di Luni [4]. Il principale atto politico dei
Malaspina fu, nel 1221, la divisione della Lunigiana in due parti: la sponda destra, con capoluogo Mulazzo, a
Corrado che mantenne lo stemma dello spino secco; la sponda sinistra a Guglielmo che assunse lo stemma dello
spino fiorito. L’aver diviso in due la Lunigiana fu il primo errore politico dei Malaspina, al quale si aggiunse la
frammentazione del territorio in una miriade di piccoli feudi autonomi, fatto dovuto alla fedeltà alla legge
longobarda di successione che prevedeva la suddivisione dell’asse ereditario tra tutti i figli legittimi.
Durante il dominio malaspiniano non sorse un centro egemone, capace di attrarre attorno al proprio
mercato la vita economica e sociale di tutta la vallata. Solo Pontremoli (a nord) e Sarzana (a sud) crebbero come
liberi comuni, sottraendosi al dominio malaspiniano [5].
Nel XV secolo, periodo preso in esame nella tesi, l’importanza dei Malaspina non ha più nulla a che vedere
con quella ricordata da Dante nel canto VIII del Purgatorio:
oh - diss’io- per li vostri paesi / già mai non fui; ma dove si dimora / per tutta Europa ch’ei non sien
palesi ? / La fama che la vostra casa onora, / grida i signori e grida la contrada, / si che ne sa chi non vi fu
anco- ra [6].
La Lunigiana ha ormai perso la propria autonomia politica: è preda delle mire delle signorie, teatro di
battaglia di eserciti e compagnie di ventura, passaggio continuo di truppe dalla Padana alla pianura toscana. Come
ha scritto Germano Cavalli: non saranno più i Malaspina, non sarà più il vescovo di Luni, non sarà più
quella folta schiera di feudalità che governava la Lunigiana o per conto proprio o in nome di qualche
potentato, a fare la storia di Val di Magra, perché tutti dovranno entrare per forza nel gioco politico delle
signorie italiane del quattrocento che si contendono in Lunigiana le chiavi della valle e diventano
protagoniste della sua storia [7].
I piccoli feudi malaspiniani, costituiti in comuni rurali, ben presto subirono gli attacchi e le lusinghe di
Genova e Firenze. Firenze accolse in accomodigia diverse località, comprò feudi dai Malaspina. Genova attuò
una politica di penetrazione in Lunigiana attraverso le potenti famiglie dei Centurione, Campofregoso e
Brignole - Sale. Milano fin dal 1339 ebbe il controllo di Pontremoli e un secolo dopo, nel 1430, le truppe
viscontee di Nicolò Piccinino occuparono Carrara, Nicola, Moneta, Ortonovo, Fivizzano e Pontremoli.
Filippo Maria Visconti mirava a fare della Lunigiana e in particolare di Pontremoli un punto di passaggio
strategico verso la Toscana e per garantirsi la fedeltà della città approvò gli antichi ordinamenti, esonerò la
comunità dal pagamento delle imposte e permise l’importazione di grano dalla Padana. Firenze, che dal 1404
ebbe in possesso Caprigliola e Albiano, comunità che chiudevano lo sbocco della valle verso il mare di Luni, nel
corso del XV secolo, estese il suo dominio su Fivizzano e Castiglione del Terziere [8].
Il campo d’indagine della tesi si colloca proprio nel XV secolo, all’epoca dell’inizio della decadenza
malaspiniana, delle mire milanesi su Pontremoli, dei tentativi di Firenze e Genova di controllare parti importanti
della Lunigiana solcata da vallate importanti ed attraversata da strade che erano ad un tempo vie militari e vie di
commercio.

2. Le fonti

La tesi si propone di esaminare la società e le istituzioni pontremolesi nel secolo XV che vede la
Lunigiana tutta entrare nelle mire delle grandi potenze del tempo e in particolare Pontremoli nell’orbita
milanese. Tuttavia il mio lavoro prenderà in esame la vita agro-pastorale nell’ampio contado pontremolese così
come ci appare dalla lettura delle fonti documentarie.
L’incendio del 1495, perpetrato a Pontremoli dagli svizzeri di Carlo VIII, ci ha privato di diversi documenti
fra i quali i libri in cui venivano annotate le entrate provenienti dai dazi e dalle gabelle, alcuni contratti notarili, i
cartolari indicanti la situazione economica dell’amministrazione e i libri dell’estimo anteriori al 1495, dai quali
sarebbe stato possibile ricavare una radiografia abbastanza completa dell’economia e del mondo rurale
pontremolese. Per tentare una ricostruzione della vita quotidiana e del significato che essa assumeva per la
società e il singolo nella Pontremoli del XV secolo non mi è rimasto che prendere in esame le norme de-
gli statuti relativi al commercio, all’artigianato e all’agricoltura, i libri dell’estimo del 1508, gli atti notarili di
ser Girolamo Belmesseri e il libro de croniche e memorie e amaystramento per l’ avenire dello speziale
lunigianese Giovanni Antonio Da Faie .

a ) GLI STATUTI
In origine contenevano gli obblighi e le regole che i consoli dovevano osservare nell’ amministrare la
giustizia civile e penale e perciò avevano valore solo durante la loro carica, ossia per un anno. La pratica di
rivedere e correggere gli statuti ogni anno perdurò anche quando divennero vere leggi verso la metà del XIII
secolo, poiché la materia degli statuti, ormai abbondante, era disordinata e confusa, s’incominciò a raccoglierla
e a dividerla in libri. Gli antichi statuti di Pontremoli non si sono più conservati, altro non resta che la riforma
fattane nel 1391, al tempo di Giovanni Galeazzo Visconti, duca di Milano, che ci è giunta in alcune redazioni
manoscritte più tarde poi date alle stampe dal Viotto, a Parma, nel 1571. Il manoscritto, conservato nella
biblioteca comunale di Pontremoli è composto da 186 carte numerate e da altre sei di introduzione, che
comprendono lo stemma della città ( foglio 1r ), una lettera di Giovanni Antonio Bartolomei agli uomini della
comunità ( fogli 2 e 3r ), un’altra lettera dello stesso Giovanni Antonio Bartolomei a Giacomo Vincenzo Stanco,
pretore di Pontremoli (foglio 3v ), i nomi dei giuresperiti viventi ( foglio 4r ), i nomi dei notai più famosi che
facevano parte del collegio notarile ( foglio 4v ), la deliberazione da parte del consiglio generale di dare alle
stampe gli statuti ( foglio 5r ), l’indice del primo libro ( foglio 5v e 6r ) ed infine una lettera di Antonio Costa a
Fabrizio Maraffi ( foglio 6v ). Nei primi quattro libri vi si regola l’attività amministrativa e pubblica ( libro I ), la
procedura giudiziaria e civile ( libro II ), il diritto penale ( libro III ) e la manutenzione delle opere pubbliche (
libro IV ). Il V libro elenca i libri del comune, il VI riporta i decreti del duca di Milano e il VII comprende le
disposizioni sui danni apportati alla proprietà, sul consiglio dei dieci sapienti e sui bestemmiatori. La
ripartizione è la seguente: libro primo, di 75 capitoli (dal foglio 1r al foglio 43r ), libro secondo, di 21 capitoli
( dal foglio 44r al foglio 65r ), libro terzo, di 202 capitoli (dal foglio 44v al foglio 106r ), libro quarto, di 71
capitoli (dal foglio 106v al foglio 118r ), libro quinto, di 10 capitoli (dal foglio 118v al foglio 128r ), libro
sesto, di 83 capitoli più 3 carte (dal foglio 128v al foglio 168r ) e libro settimo, di 13 capitoli ( dal foglio 169r
al foglio 186r ).

b ) L’ESTIMO DEL 1508

Il paesaggio agrario di Pontremoli e delle sue ville si è potuto ricostruire analizzando l’estimo del 1508 (
iniziato subito dopo l’incendio del 1495 ), conservato presso la sezione dell’ archivio di stato di Massa, situata
nel convento della Santissima Annunziata, a Pontremoli.
Si tratta di cinque registri cartacei, rilegati in cartone con costa in pergamena, di cm. 26x35 e scritti in
gotica notarile. Il primo ha come numerazione di costa il numero 1 e come titolo “Pontremoli”. E’ formato da
320 carte di cui 291 scritte e le rimanenti bianche. Segue il registro con n.3 come numerazione di costa e dal
titolo “Val Dantena e Pracchiola”; ha 249 carte di cui bianche 22. Quindi è stato preso in esame il registro n.4
con 30 carte bianche e 358 scritte e dal titolo “Zeri e Rossano”. Per ultimi il n.5, dal titolo “Estimo 1508 del
Verde”, con 312 carte di cui 16 sono bianche e il n.8, dal titolo “Ponticello”, con 22 carte bianche e 312 carte
scritte. L’estimo pontremolese, che veniva rinnovato ogni 25 anni, era un vero e proprio catasto. Le leggi
comunali stabilivano che venissero descritti tutti i beni di cui ogni cittadino disponeva fatta eccezione soltanto
di quelli strettamente necessari alla vita.
Ogni proprietario era obbligato a denunciare l’esatta natura dei propri beni e il preciso ammontare del
reddito dei beni stessi. In base a queste denunce, debitamente controllate dai pubblici ufficiali, si compilava e
riportava nell’estimo catastale la descrizione di ogni bene, se ne calcolava il valore e si fissava l’imposta che
ognuno doveva pagare. Nell’estimo sono precisati oltre alle generalità (nome, paternità e cognome) del
possidente, la località soggetta ad estimo con i nomi dei confinanti, il tipo di terreno e le coltivazioni che vi
venivano effettuate. Oltre alle terre a coltura risultano censite le case (per ogni domus, a prescindere da come
fosse, dovevano essere pagate 40 lire), i mulini, i frantoi, gli alveari e gli animali posseduti e quelli tenuti dagli
abitanti delle ville per i burgenses.

c) GLI ATTI NOTARILI
Diversi, di diverso tipo (testamenti, inventari, donazioni, permute, precetti e altri negozi giuridici ) e
indispensabili per fornire uno spaccato della vita quotidiana, sono gli atti, conservati nell’archivio notarile di
Pontremoli, del notaio Girolamo del fu Antonio di Corradino Belmesseri nato probabilmente intorno al 1432 e
morto intorno al 1508. I Belmesseri discesero da Corradino della Serra (territorio dipendente dalla parrocchia
di San Geminiano ) notaio a Pontremoli verso la metà del XIV secolo. Era una famiglia di rango elevato e di
probabile origine signorile che si diramò in vari casati nelle parrocchie di San Geminiano e di San Nicolò. Non
pochi di essi si resero illustri negli studi e nelle lettere; il più famoso di tutti fu sicuramente Paolo Belmesseri
che fu medico, teologo, poeta e caro amico di Clemente VII e di Francesco I. Gli atti di ser Girolamo
Belmesseri sono stati rogati in maggioranza, nell’arco di 20 anni, nella vicinia di San Geminiano. Sono stati
scritti in minuscola notarile e sono compresi in 14 filze rilegate in pergamena di cm. 31 x 1

FILZE CONTRASSEGNO PERIODO DI TEMPO IN CUI NUMERO CARTE
SONO STATI COMPIUTI I
NEGOZI GIURIDICI

I A1 dal dì 19-01-1457 239
al dì 21-03-1460

II B2 dal dì 26-03-1461 229
al dì 29-01-1463

III C3 dal dì 11-04-1465 215
al dì 19-04-1466

IV D4 dal dì 25-04-1466 200
al dì 8-04-1467

V E5 dal dì 11-04-1467 226
al dì 14-11-1468
VI
F6 dal dì 15-11-1469 182
al dì 26-11-1470

VII G7 dal dì 26-11-1470 176
al dì 7-10-1471

VIII H8 dal dì 6-09-1471 175
al dì 7-10-1472
IX
K10 dal dì 10-10-1472 180
al dì 29-12-1473

X L11 dal dì 1-01-1473 189
al dì 5-11-1474

XI M12 dal dì 8-11-1474 177
al dì 16-08-1475

XII N13 dal dì 18-08-1475 183
al dì 18-05-1476

XIII O14 dal dì 18-05-1476 190
al dì 24-03-1476

XIV P15 dal dì 26-03-1477 220
al dì 21-03-1477
 

d ) LIBRO DE CRONICHE E MEMORIE E AMAYSTRAMENTO PER L’AVENIRE
Il manoscritto del Da Faie, che risale al XV secolo ed è conservato presso l’archivio di stato di Massa, è
costituito da 63 carte; 35 furono tra- scritte e poi pubblicate, nel 1866, dall’avvocato Jacopo Bicchierai, le
restanti 28 furono pubblicate da Giovanni Sforza nel 1904.
Giovanni Antonio Da Faie nacque a Malgrate di Villafranca in Luni-giana il 1 gennaio del 1409 e morì a
Bagnone nel 1470. Fu calzolaio, speziale e scrittore. Viaggiò parecchio; da Bagnone è andato a Pontremoli
quindi a Lucca, a Pisa, a Firenze ma rimase comunque sempre legato alla sua terra: la Val di Magra. La terra che
ha voluto descrivere nelle sue pagine era divisa in tanti piccoli feudi malaspiniani o in possessi di vari stati e
viveva di agricoltura e di pastorizia.
Il libro de croniche e memorie e amaystramento per l’avenire è quindi indispensabile per conoscere gli
usi e costumi di un mondo contadino sempre minacciato dalle malvagità degli uomini e dalle avversità della
natura. La lingua usata è quella parlata a Malgrate, a Bagnone, a Villafranca, è la lingua di un uomo di poca
letera, che non è integrale dialetto ma neppure genuina lingua ma che sicuramente riesce a dare della realtà che
lo circonda un quadro essenziale, secco, immediato e molto espressivo.
Il principale limite delle fonti consultabili è dovuto al fatto che si tratta da una parte di norme statutarie,
delle quali non sappiamo poi l’effettiva applicazione, dall’altra di estimi che fotografano una realtà patrimoniale,
ma poco ci dicono ad esempio della vita quotidiana. L’affresco che si coglie della campagna pontremolese è
quello che si intuisce dal collegamento tra norme statutarie e patrimoni delle singole comunità del contado, da
una città che considerava la campagna come fonte di approvvigionamento di derrate (ma non fonte esclusiva,
visto che il centro cittadino stava diventando centro di fiera e di mercati) la cui vendita era rigorosamente
normata nei prezzi e nella qualità.
Mancano i dati degli investimenti dei signori di città sulla campagna a differenza di quanto accade per i
feudi di Groppoli, Tresana e Malgrate, dove i marchesi attuano una vera e propria politica di investimenti agrari,
con organizzazione della maglia poderale, opere di bonifica, ristrutturazione delle case dei contadini.

3. La ricerca

Il fatto che Pontremoli sia sfuggita al controllo feudale dei Malaspina, sia stata libero comune e abbia
avuto privilegi dalla signoria di Milano e dalla metà del XVII secolo da Firenze (troppo interessate al controllo
di strade e commerci per turbare più di tanto la vita delle popolazioni locali) avrebbe potuto far ipotizzare uno
sviluppo dell’agricoltura più avanzato rispetto alle tecniche di conduzione e alle produzioni dei confinanti
piccoli feudi malaspiniani.
Nelle lettura dei documenti ho cercato di cogliere gli elementi di diversità, rispetto alle notizie conosciute
per il resto della Lunigiana, ma debbo dire, per quanto riguarda le comunità rurali, che non ne ho rintracciati di
sostanziali. Ho cercato di indagare i rapporti tra città [9] e contado, in particolare l’atteggiamento della città nei
confronti del contado, e la lettura dei documenti mi ha portato a mettere in evidenza come l’oligarchia cittadina
abbia considerato i borghi del suo distretto in modo analogo a quanto i marchesi Malaspina consideravano le
comunità rurali dei propri feudi.
Anche urbanisticamente il centro vedrà, dopo l’incendio ad opera delle milizie di Carlo VIII, crescere
nuovi palazzi in muratura mentre le case del contado resteranno a lungo costruite in muri a secco e legname, poi
in pietra e calce con tetti di paglia. Solo a partire dal XVI secolo le coperture di paglia saranno completamente
sostituite da lastre di pietra e poi tegole.
Se il centro di Pontremoli avrà mura, castello e torri, nel contado ci saranno al massimo torri di guardia;
nella valle della Capria “case - torri” per ricoverare persone e beni in tempo di guerra, ma quasi mai troveremo
paesi del contado cinti da mura, come invece accadeva in ogni piccolo paese - feudo dei Malaspina.
Uno degli elementi di novità di questa tesi, nell’ambito della storiografia locale, ritengo sia proprio l’aver
esaminato le condizioni del contado, di cui quasi mai si sono occupati gli storici locali. Altro elemento di novità
è costituito dall’attenzione per l’ambiente rurale e montano, attenzione che sembra quasi motivata dalla
necessità di proteggere Pontremoli e la sua economia. Gli statuti, per fare un esempio, vietano il taglio degli
abeti bianchi (pielle): questa è una notizia interessante perché dimostra come questa essenza, oggi del tutto
scomparsa e di cui restano tracce nella toponomastica (ospedale di Piellaborga ), già nel XV secolo era in fase
di estinzione. Attenzione, quindi, per la protezione del bosco dal quale si ricavava legname per un artigianato che
produceva mobilio (tanto che a Bratto fino alle soglie del XX secolo saranno attive botteghe per la produzione
di sedie, divani e culle, con motivi decorativi noti come “stile pontremolese”) e attrezzi per l’agricoltura. Si
comprendono così le rigide misure per chi incendiava il bosco, mentre ancora si praticava la tecnica del debbio
per fertilizzare i pascoli. E’ singolare come la montagna pontremolese sia ancora oggi soggetta a numerosi
incendi boschivi spesso causati da contadini che continuano a praticare le tecniche del debbio.
Dai documenti emerge, tra l’altro, l’importanza della coltivazione della vite, nella tecnica di allevamento
che la voleva sviluppata in altezza e maritata a frassini, pioppi, olmi e aceri. Un sistema di allevamento che è
giunto fino ai nostri giorni, anche se sopravvive solo negli antichi vigneti e che si può spiegare con il clima della
zona, con nebbie e un settembre piuttosto freddo che rende talvolta difficile la maturazione dell’uva. Ma non era
solo questo il motivo dell’allevamento della vite maritata all’albero. Le frasche delle piante venivano raccolte in
mazzi, fatte essicare e poi utilizzate, durante l’inverno, come foraggio per gli animali. Ma l’utilizzo era “totale”:
una volta privati delle foglie secche, i mazzi di frasche venivano impiegati per scaldare i testi di terracotta per la
preparazione del pane, delle torte di verdure, delle carni.
Un’ulteriore elemento di novità è costituito dall’allevamento del be- stiame: era ipotizzabile che i vasti
pascoli appenninici fossero interessati da una larga presenza di bovini, mentre i documenti ci dimostrano
l’assoluta preponderanza di capre e pecore. Di conseguenza è da ritenere che i quattro tipi di formaggio che si
vendevano sulla piazza di Pontremoli fossero formaggi di ovini e caprini, escluso quel formaggio secco di
Compiano nel quale non è azzardato riconoscere il parmigiano. Una situazione, questa, che nel corso del XX
secolo si è completamente ribaltata portando quasi alla scomparsa delle greggi e all’aumento dei bovini. I
documenti esaminati delineano, sostanzialmente, il quadro di un’economia rurale chiusa, mentre la presenza di
un centro cittadino e la vicinanza con i territori padani poteva lasciar supporre un’economia di scambio più
vivace anche nel settore agricolo - pastorale: in città arrivava grano dalla Padana, formaggio dall’Appennino
parmense, ma i prodotti del contado potevano essere venduti solo a Pontremoli e ai residenti. Unica eccezione
le castagne; la produzione era tale che ne era consentita l’esportazione e ancora oggi, nonostante lo
spopolamento della montagna, la vendita di castagne (funghi e mirtilli) sui mercati del nord è la principale fonte
di reddito dei contadini delle valli del Verde e della Valdantena.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

I / SOCIETA’ ED ISTITUZIONI PONTREMOLESI NEL XV SECOLO

1. Le origini

Pontremoli, che giace ai piedi dell’ Appennino tosco - emiliano alla confluenza del fiume Magra con il
torrente Verde, secondo Giovanni Sforza1 anticamente sarebbe stata una delle mansiones romane che si
costruivano sulle pubbliche strade alla distanza di una giornata di cammino per fermata o ricovero dei
passeggeri. Altri 2 ritengono invece che sia l’erede della leggendaria città di Apua presunto capoluogo dei liguri
apuani.
Secondo Bernardino Campi (1656 -1716), il maggiore dei cronisti pontremolesi, Apua sarebbe stata
distrutta nell’anno 261 dai germani; nei primi anni del V secolo, sarebbe stata messa a ferro e fuoco dai goti di
Alarico; ricostruito, il borgo sarebbe stata a sua volta distrutto nell’anno 450 dagli unni di Attila e, dopo circa un
secolo, ancora invaso dai goti di Totila 3.
Per quanto riguarda il toponimo “Pontremoli” alcuni pensano che derivi da un ponte tremulo fatto di
legno nel 526 a.C., altri preferiscono che tragga nome e principio da Quinto Marzio Tremulo, console nel 306,
che fece costruire un ponte per agevolare il passaggio degli eserciti romani contro i liguri e altri ancora sono
convinti che il nome Pontremoli derivi da Treponzio che era un capitano d’Alarico 4.
Sicuramente la sua origine è legata alle lotte per la supremazia sui valichi e alla viabilità transappenninica
che, nel versante toscano, fa appunto capo a Pontremoli. L’importanza che ha avuto la viabilità per Pontremoli è
testimoniata dagli statuti che scrivevano norme per garantire viaggi sicuri ai mercanti e ai viandanti il cui
passaggio, attraverso la via della Cisa conosciuta anche come via di monte Bardone, Romea, Francigena,
Lombarda 5 o Pontremolese 6 , era importante per l’economia della zona; dietro i pellegrini fluivano i commerci
e quindi sulla strada si aprivano le taverne, i negozi, le stalle per i muli e per i cavalli e i magazzini per le merci.
Pontremoli è nominata per la prima volta in un itinerario di Sigerico, arcivescovo di Canterbury, scritto
nell’anno 990 e poi in un atto di donazione di possessi e di diritti fatto nel 1014 dall’Imperatore Arrigo II alla
abbazia di Leno, nel bresciano, in cui risulta che agli inizi del XII secolo Pontremoli era racchiusa tra mura e
ricca di fortificazioni e politicamente indipendente 7 .
La contesa tra la chiesa e l’impero, che scoppiò sotto Alessandro II e si fece ardentissima sotto Gregorio
VII e i suoi successori, ebbe un eco per tutta l’Italia e non solo le città ma anche le terre e i castelli presero a
parteggiare chi per il Pontefice e chi per l’Impero 8 . Pontremoli fu tra i seguaci del Papato e lo affermò con i
fatti nel 1110 quando si oppose ad Arrigo V, che era sceso in Italia per ricevere a Roma la corona imperiale;
Arrigo, per poter proseguire, fu costretto ad espugnarla.
Nel 1167 sbarrò il passo a Federico I Barbarossa il quale, reduce dalla fallita impresa contro Roma, non
osando attaccare Pontremoli, poiché dell’ esercito non gli restavano che pochi uomini sgomenti e infermi, si
limitò ad intraprendere un lungo e disagevole giro, guidato da Obizzo Malaspina, per raggiungere la Lombardia.
A distruggere le mura di Pontremoli ci pensò Federico II nel 1239. Giunto per la strada di monte Bardone
con quattrocento prigionieri e ostaggi lombardi e dubitando della fede dei pontremolesi, che forse non lo
vedevano di buon occhio perché muoveva guerra alla chiesa, s’impadronì delle fortezze e dei parecchi castelli
soggetti a Pontremoli e li fece custodire dai suoi. Volle inoltre sessanta ostaggi, scelti tra le famiglie migliori, e
li portò con sé 9 .
Con l’arrivo di Arrigo VII, all’inizio del XIV secolo, Pontremoli perse la sua autonomia; fu da questi
concessa in feudo, col castello, i diritti e le giurisdizioni, alla famiglia Fieschi. Da quel momento Pontremoli
passò di signoria in signoria e non trovò più la forza per tornare libero comune e riacquistare la perduta
indipendenza. Dopo i Fieschi ( 1313 -1321 ) fu la volta di Castruccio degli Antelminelli ( 1321 -1328 ), quindi
dei Rossi parmigiani (1329 -1336 ), dei Visconti ( 1341 -1403 ), per una seconda volta andò ai Fieschi ( 1404
-1430 ), nuovamente ai Visconti ( 1431-1441 ) e quindi agli Sforza ( 1441 -1499 ); restò inserita nel ducato
milanese sino al 1650 quando venne acquistata a caro prezzo dal granducato di Toscana che vi insediò un proprio
governatore.
 

2. Il Burgus

Per porre fine alle ostilità fra le due fazioni dei guelfi e dei ghibellini il borgo di Pontremoli venne diviso
in due parti attraverso una fortezza che fu fatta erigere dal capitano lucchese Castruccio Castracani nel 1322
chiamata torre di Cacciaguerra. Si stabilì che a Cazaguerra supra (da piazza del Duomo a porta Parma)
abitassero i guelfi e a Cazaguerra infra (da piazza della Repubblica a porta Fiorentina ) i ghibellini 10.
A Cazaguerra infra troviamo anche il palazzo pretorio o del comune sotto il cui portico aveva sede la
dogana che era gestita dall’appaltatore della gabella grossa cui confluivano, per l’assolvimento del dazio, tutte le
merci provenienti dal distretto o da altro territorio 11 . Questo palazzo venne a compimento tra la decadenza della
libertà del comune e i tentativi delle prime dominazioni forestiere (XIV secolo).
Al lato sud del comune troviamo la chiesa di San Giovanni Battista, di origine benedettina, in seguito
sostituita dalla chiesa di San Colombano che era in posizione più centrale e comunicava, tramite una porta detta
arco dei Gualtieri, con l’attuale piazza della Repubblica. Sulla sinistra del Magra, a Imoborgo, vi era la fortezza
di Castelnuovo, visibile ancora oggi anche se in parte modificata, con l’omonima porta munita di doppia
saracinesca e ponte levatoio che la tradizione vuole che sia stata fatta costruire da re Enzo, su comando del
padre, nel 1246 12 .
La parte più antica del borgo di Pontremoli è sicuramente quella del Piagnaro che comprende, oltre al
castello, un insieme di case che dalla porta di San Giorgio, detta anche Suprema Burgi, si estendevano sino ad
un’altra porta, oggi scomparsa, situata allo sbocco dello stretto vicolo che da via Garibaldi sale fino al castello.
Nel quattrocento il castello era sicuramente un edificio di notevoli proporzioni e confortevole tanto che la
comunità lo scelse come alloggio per il duca Galeazzo Maria Sforza e sua moglie che nel 1471 passarono per
Pontremoli.
 

3. L’ordinamento del Comune

Nel XV secolo Pontremoli, come attestano anche le parole del Commnes, il memorialista di Carlo VIII
che, parlando dell’incendio del 1495, scrive: vint le roy vers Pontreme, car il estoit forcè d’y passer, et est à
l’entrèe des montagnes. La ville et chasteau estoient assez bons, et en fort pais s’il y eust bon et gran
nombre de gens, elle n’eust point esteè prise13 , il borgo presentava una struttura urbanistica allungata e
fortificata a scopo difensivo; era circondato, come risulta dai libri dell’estimo del
1508 14 , da 51 ville divise nel seguente modo :

ALTA VALLE DEL MAGRA E VALLE DEL CIVASOLA
Prachiola ( 22 fuochi ), Gravagna ( 79 f. ), Monslongus ( 13 f. ), Succisa ( 56 f. ), Cavezana Anthenae ( 42 f.
), Cargalla ( 37 f. ), Travirde ( 28 f.), Mignegnum ( 14 f.)

VALLI DEL GORDANA , DI ZERI E DI ROSSANO
Plebs et Costa Saliceti ( 34 f. ), Telia et Syrollum ( 18 f. ), Opiolum (23 f. ), S.Cristophorum ( 15 f. ),
Caregiolam ( 30 f. ), Toranum (66 f. ), Arzelata ( 15 f. ), Casteolium Rossani ( 22 f. ), Piagna Rosani et
Ecclesia (24 f. ), Monslame et Vallis Rossani ( 51 f. ), Clausum Rossani ( 10 f. ), Collareta et Castrum Ziri (
95 f. ), Mezadura Ziri ( 16 f. ), De Nuce ( 32 f.)

VALLE DEL VERDE
Bratum ( 23 f. ), Bragia ( 16 f. ), Navolla ( 24 f. ), Santus Laurentius ( 11f ) Montes et Baxilicha ( 29 f. ),
Anguinale ( 28 f. ), Grondula ( 55 f. ), Cervaria ( 52 f. ), Morana Vignole ( 78 f. ), Bassonum ( 50 f. ), Quodulum
( 32 f. ), Scoranum ( 12 f. ), Dozanum ( 24 f. ),Cavezana Gordane et Navalunga ( 9 f ), Campulum ( 13 f. )

VALLI DELLA CAPRIA, DEL GORGOGLIONE ED ALTA VALDANTENA
Scorcetulum ( 5 f. ), Ponteselum ( 25 f. ), Canale ( 16 f. ), Montelusium
(21 f. ), Summum Caprium ( 44 f. ), Serravalle ( 28 f. ), Vallis Dobiane Lusinum ( 55 f. ), Ceretulum ( 29 f. ),
Arzengium ( 58 f. ), Topelecha ( 31 f. ), Versola ( 31 f. ), Casalina ( 23 f. ), Previdale ( 16 f. ), Gropumtalosium (
50 f. )
Il numero dei fuochi 15 del distretto di Pontremoli ammontava a 2066 e a questi vanno aggiunti i 407 del
borgo oltre ad alcune famiglie di mendichi e di nullatenenti. Quindi, si è potuto ipotizzare, per la fine del XV
secolo, una popolazione oscillante fra le 13.000 e le 15.000 unità.
Indubbiamente la popolazione pontremolese diminuì dopo la peste del 1348, dopo le stragi compiute da
Arrigo IV ma determinante fu l’incendio perpetrato dagli svizzeri di Carlo VIII di Francia nel 1495 16 il cui
ricordo si trova ancora scolpito in una lastra di pietra arenaria posta in via Garibal-
di nella facciata della casa Bini - Nadotti : 1495 \ hoc hanno domini in III \ diebus et III noctibus mensis iunii \
incensum est totum \ hoc oppidum ab \ Allamanis.
La Pontremoli quattocentesca era costituita da 6 vicinie 17 . Partendo dalla porta di San Giorgio troviamo
la vicinia di San Nicolò ( 62 fuochi ), quella di San Geminiano ( 164 f. ), quella di San Colombano ( 72 f. ),
Santa Cristina ( 38 f. ), Carpanella ( 34 f. ) e San Pietro ( 37 f. ).
L’abitato di Pontremoli era costituito a nord, subito fuori porta San Giorgio, dal quartiere di Terrarossa
che era costituito dalle abitazioni degli artigiani, sulla sinistra del Magra da quello di borgo Vecchio, sulla
sinistra del Verde da quello detto Bambarone e a sud quello di San Lazzaro 18 .
I due principali istituti del governo comunale erano il consolato, che fu poi sostituito dal podestà e il
consiglio generale.
Il podestà, che poi prese il nome di commissario ducale, rappresentava il principe ed amministrava la
giustizia civile e penale. Nell’assumere quest’incarico giurava sul vangelo la piena osservanza degli obblighi
impostigli dallo statuto tra i quali c’era quello di essere fidelis et amator del sacro romano impero e del
comune di Pontremoli 19 . Aveva l’obbligo di non mangiare né bere con nessun pontremolese, di risiedere in
Pontremoli e di uscire solo per le necessità del comune stesso. La sua carica durava sei mesi ma poteva essergli
prorogato l’incarico fino ad un anno ed era assistito dal vicario, chiamato più comunemente giudice o assessore,
che amministrava la giustizia civile e penale con l’ausilio di quattro notai per le cause civili e di due notai per le
cause penali 20 . Affinché il podestà osservasse i suoi doveri venne eletto un sindaco che aveva il compito di
vigilare sul suo operato.
Il consiglio generale era costituito da un numero massimo di 80 membri, 40 del borgo (20 dei quali di
Cazzaguerra Supra e 20 di Cazzaguerra Infra) e 40 delle ville. Aveva l’autorità di concedere ed assegnare
tutti gli uffici per cui si reggeva il comune e l’autorità anche in tema di spese e di entrate relative
all’amministazione della cosa pubblica. Il consiglio generale eleggeva inoltre appositi ufficiali, che duravano in
carica sei mesi, con il compito di vigilare per contenere i prezzi dei generi di prima necessità, per assicurare
l’osservanza delle norme igieniche e per controllare che commercianti ed artigiani svolgessero il proprio
mestiere secondo regole precise. I terminatori, per esempio, dovevano decidere le questioni di confine tra le
proprietà terriere, delimitare le piazze, segnare i confini delle case e porre i confini sulle strade private. Tra
membri del consiglio venivano scelti i dieci savi o sapienti che duravano in carica per un solo mese. La loro
designazione avveniva per estrazione a sorte; venivano scritti dieci nomi diversi in quattro schede poi, alla fine
di ogni mese, veniva estratta a sorte una scheda e i nomi scritti in essa erano i dieci savi per il mese successivo.
Il loro compito era quello di controllare le spese del comune; nessuna spesa poteva essere portata
all’approvazione del consiglio se non era stata approvata da almeno due terzi dei savi 21 .
Altra magistratura era quella del massaro o tesoriere che restava in carica sei mesi ed aveva l’incarico di
riscuotere tutto le entrate. A lui spettava anche la nomina dei due notai (uno di Cazzaguerra supra e uno di
Cazzaguerra infra) che dovevano scrivere consilia, reformacione, sancimenta, statuta, ambasciatas et
letteras, dei saltari ossia delle guardie campestri 22 e di quattro ragionieri boni et litterati.
Questi, per volontà del podestà, erano tenuti a visitare le porte, i ponti levatoi e le fortificazioni di
Pontremoli e dovevano intervenire nelle condanne per disubbidienze, debiti ed ingiurie.
Importante a Pontremoli era anche la presenza dei provisores viarum et pontium 23 che provvedevano a far
eseguire opere di manutenzione e di canalizzazione delle acque, ma facevano anche eseguire faticosi lavori di
disboscamento affinché le strade fossero agibili. I provisores viarum avevano anche il compito, nel caso fosse
stato necessario, di sostituire una via non più funzionale con una strada più nuova, di scegliere il nuovo tracciato,
trattare con i proprietari del terreno da attraversare, convincere gli eventuali scontenti e provvedere quindi
all’esecuzione dell’opera ripartendo le giornate di lavoro e le spese tra gli abitanti interessati.
 

4. La situazione finanziaria

Tenendo conto delle spese sostenute per la manutenzione delle opere pubbliche come strade ponti e
fortezze, dei censi dovuti alle potenze dominanti e dei salari che mensilmente venivano dati agli ufficiali del
comune non possiamo di certo pensare che la situazione finanziaria della comunità fosse florida 24 .
Le entrate ordinarie della comunità erano di 600 fiorini all’anno e provenivano dal provento delle carceri,
dalla baratteria, dalla gabella grossa e da altri servizi a pagamento. Dalla riscossione delle pene il comune traeva
la maggior parte delle proprie entrate. Ogni reo doveva pagare una tassa proporzionata alla gravità del proprio
delitto; chi veniva incarcerato doveva provvedere al proprio sostentamento e a pagare il salario dei sorveglianti e
dei custodi 25. La baratteria, messa all’incanto e data al miglior offerente, consisteva nel poter tenere
pubblicamente giochi d’azzardo condotti in genere con dadi 26 . La gabella e la gabelletta erano pagate da tutti
coloro che volevano vendere merci e prodotti. La gabelletta era pagata dai forestieri che venivano a Pontremoli
nei giorni di mercato ( mercoledì e sabato ) a vendere le loro merci. I forestieri dovevano pagare anche per il
transito e per il banco che dovevano mettere in piazza. Queste gabelle non erano richieste nei giorni di fiera e
questo spiega il perché dell’arrivo dell’impressionante numero di persone per la fiera della Santissima
Annunziata che durava ben 15 giorni.
La fiera era anzitutto un luogo d’incontro di mercanti spesso venuti da molto lontano. Durava parecchi
giorni perché alcuni erano necessari per la sballatura delle merci, altri per la locazione dei banchi e per la
vendita e altri ancora per la regolazione dei conti 27 .
 

5. I burgenses e i districtuales

Pontremoli, appena divenne comune autonomo, si atteggiò subito a città e dall’alto delle sue torri
guardava i campagnoli, villani o rurales come un popolo vinto escludendolo quindi da ogni benefizio e
ingerenza di governo 28 . Questa situazione durò a Pontremoli sino alla riforma statutaria del 1579 quando ai
rurales vennero concessi alcuni diritti 29 .
Gli appezzamenti terrieri pertinenti alle case del borgo presero il nome di donnicati 30 il restante si chiamò
distretto. Le norme facevano una distinzione fra donnicata burgensium prope burgum e donnicata
burgensium in pertinentiis castrorum et villarum 31 . I primi sono costituiti da quella superficie di terreno ad
uso agricolo attorno al borgo che è delimitata da precisi confini descritti nello statuto ed ha lo stesso valore
giuridico del suburbium. Gli altri sono collocati nel territorio oltre la fascia dei donnicata prope burgum e
sono costituiti da oltre 51 nuclei abitati; è il distretto per antonomasia. Il distretto, come confine politico, ad est
ed a nord aveva il territorio parmense, ad ovest la repubblica di Genova, a sud il torrente Teglia che lo divideva
dai feudi malaspiniani di Suvero, di Montereggio, di Pozzo e Castagnetoli e la Capria che segnava il confine con
il feudo malaspiniano di Filattiera e con il territorio della Rocca Sigillina.
L’esercizio della potestà suprema su tutta la campagna apparteneva al borgo. Questo sorse come
prolungamento del primitivo abitato del castello che quasi sicuramente era limitato presso a poco al quartiere
del Piagna- ro 32. Esso crebbe per via di successivi insediamenti di popolazione costituiti sia da elementi
signorili provenienti dal contado sia da gente dei castelli vicini, alloderi, mercanti, artigiani, ecc. costituenti,
insieme con quelli già esistenti nel castello, quel ceto medio corrispondente politicamente al populus. Gli
statuti affermavano in continuazione la priorità del centro urbano, sede dei burgenses, sugli abitanti della
campagna sede dei districtuales 33.
Gli statuti vietavano di costruire, di abitare e di tenere qualsiasi animale che pascolasse nei donnicata, di
piantarvi alberi di alto fusto o arbusti che creassero grosse macchie, ordinavano inoltre che fossero abbattuti gli
alberi non fruttiferi e che fossero tenuti orti e alberi da frutto per l’ approvvigionamento del borgo.
Soltanto l’acquisizione dello status di burgense dava la possibilità di avere una casa nel borgo allo stesso
modo in cui le terre dei donnicata prope burgum potevano appartenere ai soli componenti di questo ceto 34 .
Soltanto i burgenses componevano il consilium, facevano gli statuti, eleggevano il podestà e tutti gli ufficiali
del comune e amministravano i beni comunali.
Tra i districtuales benestanti e propietari terrieri venivano eletti i consoli con compiti di polizia
criminale. Avevano inoltre il compito di rappresentare la loro comunità nei negotia e nelle cause per le
questioni civili 35 e di condurre nel borgo, ogni volta che il podestà ne facesse richiesta, gli uomini armati per la
difesa in caso di guerra. Nel pontremolese, oltre ai coltivatori diretti, vi erano i districtuales che prendevano
terreni in affitto oppure a mezzadria. Costoro dovevano coltivare i terreni loro affidati, spartire equamente
prodotti con il padrone 36 , raccogliere le messi, i frutti e vendemmiare alla presenza del proprietario 37. Gli
affittuari erano obbligati a praestare pensiones, redditus et mezariam a scadenze prestabilite 38 . Inoltre se
avessero preso biade, vino, olio e frutti dai servi, senza il consenso del proprietario, avrebbero dovuto pagare una
multa 39 . C’erano anche coloro che lavoravano a giornata; qualora questi non si fossero presentati al lavoro
avrebbero dovuto pagare una multa di dieci soldi. Se, al contrario, il padrone fosse venuto meno alla parola data
avrebbe dovuto pagare al lavorante la giornata e rimborsarlo 40 .
Al fondo della scala della società civile ci sono gli uomini non liberi, i villani come li chiama lo statuto. I
loro domini hanno plena potestas versus eos et in eos et de eis honeste facere quod voluerint, possono cioè
fare di essi quello che vogliono. Ogni contratto fatto da un villano, senza il consenso del dominus, è considerato
nullo. I villani di un determinato dominus possono essere usucapiti da un altro se per dieci anni restano a
lavorare sulle tenute di quest’ultimo senza che il primo li richiami a sé. Se il comportamento del dominus non è
onesto può intervenire il podestà che ha la facoltà di liberare il villano il quale può continuare a lavorare per il
dominus con promessa di vassallaggio 41 .
I burgensi divennero tali per volontà del consiglio generale che li obbligò a prestare il giuramento di
abitare continuamente a Pontremoli comprando ed edificando una casa entro un anno e a versare una cauzione
nelle mani del podestà. Ogni anno il podestà doveva verificare se il giuramento era stato mantenuto e in caso
contrario non solo avrebbero perso la qualità di burgensi ma avrebbero dovuto pagare un’aspra sanzione
senz’altro più grave di quella che avrebbe potuto colpire un abitante del distretto in quanto l’oligarchia
richiedeva ai suoi membri un atteggiamento che fosse d’esempio nel rispetto delle leggi 42 .
 

6. La cultura

Nonostante in Lunigiana, nel XV secolo, fosse assai difficile imparare a leggere e a scrivere, a Pontremoli,
come del resto a Sarzana ( dichiarata città da Paolo II nel 1465 ) e a Fivizzano, le possibilità e le occasioni di
istruzione erano maggiori; erano centri di richiamo per la vasta zona circostante e qui si formarono diversi
professori universitari.
Sappiamo che il Da Faie, quando lavorava a Pontremoli nella spezieria di Nicolosio di Sagremoro
Maraffini, pur non andando ala scola perché era tanto el bexogno che avean del suo hobedire, da per lui
se’nzegnava, de farse mostrare a scolari e altre persone, che brighavano ala botegha, tanto che inparò
l’abe e cognose tute le letere molto bene, ma non sa conpedare e de scrivere l’abe e così de bene in melio 43
.
Il primo accenno all’esistenza di scuole pubbliche in Pontremoli è legato alla personalità di Francesco
Petrarca che, nelle Seniles ( XVII, 7 ), raccontò il suo incontro, avvenuto a Parma nel 1341, con un cieco di
Perugia che a Pontremoli teneva scuola di grammatica.
Negli statuti del comune troviamo l’ordine di eleggere, nel mese di maggio, un solo maestro sufficiens in
grammatica et scientiis primitivis per tutti gli allievi distinti in vari corsi. A Pontremoli si teneva
l’insegnamento del latino elementare, della logica, delle summae notarili nonché la lettura del Salterio e del
Donato.
Le lezioni iniziavano il 18 ottobre, festa di San Luca, ed erano tenute tutti i giorni eccetto le feste e i
periodi di vacanza, a Natale, a Carnevale, a Pasqua e nelle ferie di agosto e di settembre e in quelle della
vendemmia. Per un anno si tenevano in un’aula a Cazzaguerra supra e l’anno dopo a Cazzaguerra infra.
Il maestro aveva lo stipendio di 25 lire che gli venivano date dal comune in due rate. Agli scolari spettava
invece il pagamento della pigione della casa del maestro e una quota a seconda dell’insegnamento che veniva
loro impartito: 5 soldi imperiali coloro che leggevano il Psalterium e il Donatum ad textum, 10 soldi
imperiali coloro che leggevano il Donato a senso e facevano il primo e il secondo latino, 20 soldi imperiali
coloro che faciunt tertium latinum et iacent in scolis, 30 soldi imperiali coloro che facevano il quarto latino e
ascoltavano lezioni di logica o summae notariae. Dai forestieri il maestro poteva esigere una quota a sua
discrezione o, in mancanza di accordo, 1 fiorino d’oro. Se il maestro teneva scolari a pensione era esentato da
gabella per le spese occorrenti 44 .
Purtroppo mancano elenchi di alunni da cui poter trarre indicazioni sulla loro estrazione sociale e sul loro
numero. Analizzando i nomi dei magistrati, dei giuristi, dei medici e degli ecclesiastici pontremolesi del XV
secolo ( tutti appartenenti a famiglie benestanti sia del borgo che del contado) e presumendo che nella scuola
pubblica avessero appreso i primi elementi del sapere ( anche se è accertata l’esistenza di scuole private presso
le famiglie più facoltose ) è facile arrivare alla conclusione che gli alunni, in massima parte, appartenevano al
ceto benestante. I figli degli artigiani o dei contadini non dovevano essere numerosi e, se c’erano, erano
l’eccezione o erano destinati alla carriera ecclesiastica 45 .
 

II / INSEDIAMENTI, AGRICOLTURA E SFRUTTAMENTO DEGLI
INCOLTI

1. Gli insediamenti

I dati dell’estimo del 1508 consentono di ricostruire non solo l’estensione delle terre coltivate, di
individuare la ripartizione delle diverse colture e dei diversi tipi di animali ma anche di conoscere le
caratteristiche geografiche di Pontremoli e delle sue ville.
Le abitazioni del borgo di Pontremoli si sviluppavano lungo il tracciato della via Francigena da “porta San
Giorgio”, detta anche “porta del fossato”, di “sommo borgo”, “porta suprema populi” o “suprema burgi”, sino
a “porta fiorentina”. Attraverso questo percorso, delimitato dai fiumi Magra e Verde, si svilupparono le vicinie
di San Nicolò, San Geminiano e San Colombano mentre quelle di Santa Cristina, della Carpanella e di
Monasterium S.cti Petri erano poste alla sinistra del fiume Magra. Nel borgo vi erano 407 abitazioni abitate
dalle seguenti famiglie 1 :
San Colombano: Parasacchi - Orsi - Campi - Trincadini - Pinotti - Eugeri -Gandolfi - Villani - Galli -
Cortesi - Ricci - Noceti de Bagnone - Peregrini de Nicolosini de Virguleta - Guarini - Gualtieri - Coxi -
Comaschi - Maracchi - Galbiati - Seratti - Armani - Costa - De Verona - Iannoni de Villafranca - Pelizzari - Tecti
di Bolano - Borborini - Oldovini di Brugnato - Bastardi de Cristoforo - Uggeri - Giacopini da Berceto - De
Papyro.
Santa Cristina: Bertoli - Formagini - Gnocchi - Campi - Bertoni de Calestano - Tonsi - Luciani de Richo -
Angeli - Enrighini - Vezani - Trincadini - Antonini da Montereggio - Pasturini - Cipriani - Ricci - Trabuchi -
Pellati - Pellati Campo - Dicti Pappae - Marchesi Burati - Minotae - Barbitonsori - Restori - Parolari - Mathei
de Saxeta - Gandolfi - Marchesi Malaspina di Mulazzo - Sechiari - Galvani - Bolsoni de Campoli - Magnani -
Borsoni - Buratelli - Pasquini de Donini de Complano dicti de la Pinchiaro de Pede de Torano.
Carpanella: Restari - Franchini - Dodi - Uggeri - Orsi - Toali - Angeli - Scaramuccia - Antoniolli Magnani
- Barbitonsori - Annofini - Cavali de Mulacio - Opicini - Bonini de Tarasco - Galbiati - Curini - Costa - Vanini di
Tresana - Zuchi de Valsasina dicti Calchagno - Ambrosini de Noveleta - Divisiae - Magnani - Parolari de
Valsasina - Tintori - Petrizolli - Tognini - Bertoluci - Tutoris - Negrisolli - Raphaelis ex marchionibus de
Mulacio - antonini de Monteresio dicto Picinino - Bartolomei de Cichi de Saxeta - Bartolomei dicti Rosseto.
San Pietro: Curini - Buratelli - Luchini - Bertoni - De Seravale de Pontremolo - Ferrari - De la Nigra -
Corchia - da Collecchio - Leonardi de Lusuolo - Antoniolli de Campulo - Philli de Caprio - Tonsi - Donati -
Opicini de Costa - Rocha - Comaschi - Manganelli - Tibicine de Parma - Bossoni di Campoli - Calci di Mulazzo
- Crescii de Rovereto - Domenico de Richo - Bernardini de S.Cristoforo - Canussia dicti Bolognexe - Simonini
- Galli - Galvani.
San Geminiano: Panacarne - Maraffini - Belmesseri - Damiani - Cabrielli - Ugolini - Damiani de Varesio
- Sutori - Armani - Bozi - Maraffi - Venturini - Barbitonsoris - Cristofanini - Cornelli de Parma - Ricci - Pizzati
de Grondola - Parasacchi - Bossi - Magnani - Bonaventuri - Micheli da Burgo - Francesco del Borgo - Opici -
Becharii - Ferrari - Bassanini - Biloi de Berceto - Torti - Vallisneri - Enrighini - Geminiano de Traverde -
Giovanni Stefano da Montemoro - Martini da Vignola - Pellacani da Vignola - Danesi - Cotignola - Giovanni
Maria da Milano - Malavulti - Pichi - Armanini - Criscinelli - Gabriele da Bellinzona - De Platea - Boschetini -
Pancini da Vignola - Capreoloti - Molendinari - Biondini - Podio - Rocheta - Lorenzo dicti Lucifero - Fornari -
Camisola - Bernardino de Vella - Biagi - Boschetini - Quaroti - Cazolla - Giorgio de Chiusola - Copini - Surdae
- Molinari - Cervaroti - Stangalini de Grondola - Lancini - Fieschi - Giovanni da Guinadi - Ambrosii de Spezia -
Corvi - Calani - Andrea de Zam Maistro - Cervaroti.
San Nicolò: Brati - Villani- Giovanni Lazzaro da Bracelli - Domenichino da Pertusio - Marafini - Stradella
- Colombani - Pizati - Orefici - Parasacchi - Iacobi de Corlaga - Giovanni Matteo de Invico - Zuchi - Ligolli -
Corresii da Varesio - Castellini - Barilari - Armanini - Enrighini - Camisani - Pini - Montani - Gabrieli -
Magnani - Barbieri - Falaschi - Gerardini - Cabrini - Stefanini de Cargalla - Sagini - Bugari - Belmesseri - Opici
- Becari - Giacobini da Berceto - Ugolini - Guidi - Contestabile - Torti - Sutori - Antonelli - Batagini - Gerardini
- Ianneti - Petrizolli - Michelini - Benvenuti.
Questo aspetto di borgo allungato doveva restare a lungo se nel 1581 lo scrittore francese Michel de
Montaigne, nel suo Journal de Vojage en Italie, definì Pontremoli una città molto lunga, popolata di antichi
edifizi non molto belli. Dall’incendio appiccato dagli svizzeri era trascorso quasi un secolo e quindi l’opera di
restaurazione aveva sicuramente dato i suoi frutti ma probabilmente erano rimasti inalterati gli aspetti essenziali.
L’abitato era composto molto probabilmente di rudi palazzi, costretti tra il telaio delle torri, ai quali si
affiancavano le dimore dei ricchi e le abitazioni dei popolani che erano situate soprattutto nei quartieri di
Imoborgo, Terrarossa, Bambarone e Borgo Vecchio.
Attorno al borgo il 19,4 % del terreno era occupato dalle terre campive e castaneate, l’8,8 % dagli spazi
ortivi che, come gli alberi da frutto (3,5 %), spesso affiancavano le case. Essendo una zona di bassa collina (236
m. s.l.m.) è ovvio che avessero una certa importanza gli olivi (14,1 %) e le viti (16,9 %) che potevano essere
coltivate anche a pergolati (2,1 %).
La notevole estensione delle terre prative nel territorio pontremolese (746), il numero degli animali
rilevabili dall’estimo, le molteplici disposizioni degli statuti e l’elenco degli animali (capre, pecore, maiali,
vacche, asini, cavalli) che erano soggetti al pagamento della gabella, sono elementi sufficienti per attestare che
anche la pastorizia aveva un ruolo di primaria importanza nell’economia agraria pontremolese. Dalle carte
dell’estimo del 1508 2 si è potuta stabilire la consistenza e la qualità del patrimonio ovino, suino, bovino ed
equino. Sappiamo che le 972 pecore e capre, le 67 vacche, i 5 maiali e i 3 asini presenti, appartenevano a ben 76
proprietari, di condizioni economiche diverse, residenti nelle 6 vicinie. Tutti questi animali non potevano essere
tenuti nel borgo e quindi venivano dati, con varie forme di contratto, agli abitanti delle ville affinché li
custodissero e li facessero pascolare.
A questo proposito è interessante ricordare un atto notarile 3 del notaio Girolamo Belmesseri, rogato il 3
giugno del 1469, in cui si stabilì che Raffaele di Bartolomeo del fu Marzi di Poliasca di Spezia, abitante
Pontremoli, avrebbe dato, con un contratto di locazione, a Pellegrino del fu Giverzi di Retombula 6 pecore e 6
capre giovani e lattanti per i futuri 5 anni. In cambio avrebbe avuto la metà della lana, del formaggio e dei piccoli
che sarebbero nati.
Il secondo registro dell’estimo 4 ci permette di conoscere l’alta Valle del Magra e la Valle del Civasola.
Questa zona, situata a nord di Pontremoli, comprendeva 8 ville (Prachiola - Gravagna - Montelungo - Succisa -
Cavezzana Dantena - Cargalla - Traverde - Mignegno) e confinava a nord con l’Appennino Parmense, ad est con
l’alta Valdantena, a sud con le valli della Capria e ad ovest con la Valle del Verde. Secondo l’estimo del 1508 vi
erano 291 fuochi. A questi si devono aggiungere molti pellegrini che usciti da Pontremoli potevano proseguire
o lungo la strada che conduceva al passo del Bratello o lungo quella che portava al passo della Cisa. Percorrendo
la prima strada, a 490 m. s.l.m., incontravano Traverde dove è ancora possibile ammirare i resti della chiesa
romanica e l’annesso oratorio quattrocentesco, dedicato a Santa Maria Bianca, con i suoi rari affreschi. Nel
percorrere invece l’altra strada incontravano la villa di Mignegno (290 m. s.l.m.) situata ai piedi del colle
Traverde (propagine del Molinatico) sulla ripa destra del Magra, quella di Succisa (645 m. s.l.m.) ove la chiesa
dedicata a Santa Felicita, appartenente al capitolo dei Canonici di Luni, è ricordata nella bolla di Gregorio VIII
del 1187 5 e quella di Montelungo (830 m. s.l.m.) dove si trovava l’antico xenodochium di San Benedetto. La
prima notizia di questo ospizio appare l’8 settembre dell’851 nel diploma degli Imperatori Lotario e Lodovico
II, a favore di Gisla, loro figlia e sorella 6.
In questa zona di alta collina predominavano i campi (31 %) che erano concentrati soprattutto a Gravagna
(750 m. s.l.m.), le terre castaneate (20,5 %) che erano numerose soprattutto a Succisa (645 m. s.l.m.) e quelle
prative (14,1 %) che dominavano a Montelungo (830 m. s.l.m.). Gli abitanti di queste ville possedevano 985 capi
di bestiame minuto, 106 bestie vaccine e 12 maiali che erano tenuti soprattutto nelle ville di Gravagna e di
Succisa.
Nel registro con numerazione di costa 4 ci vengono presentate le valli del Gordana, di Zeri e di Rossano.
Questo territorio, che comprendeva 14 ville (Pieve di Saliceto, Teglia, Oppilo, San Cristoforo, Careola,
Torrano, Arzelato, Castoglio, Piagna di Rossano, Montelama e Valle di Rossano, Chioso, Colloreta e Castello,
Mezzadura, Noce), è racchiuso dall’Appennino tosco-ligure-emiliano e confina a nord con il torrente Gordana,
ad est con il fiume Magra, a sud con il torrente Teglia e a ovest con la Val di Vara.
Secondo l’ordinamento degli antichi statuti, incombevano agli uomini delle ville oneri vari: quelli delle
ville di Zeri e di Rossano, soli o insieme con altri, dovevano garantire, soprattutto con la costruzione di more
lungo i torrenti, che le acque del Gordana e dei suoi affluenti non uscissero dagli argini a minacciare campi,
mulini e vie e che le antiche strade attraversanti le valli risultassero transitabili 7 .
Il clima di questa zona, che presenta un’altezza media di 600 metri, risente in misura considerevole
dell’influenza del mare e questo permetteva la presenza di vigneti (2,9 %) ed oliveti (2,8 %) anche se la coltura
dominante era quella del castagno (29,7 %). La copertura boschiva, che costituiva il 2,5% di tutto il
territorio, era interrotta da radure prative (14,2%), esistenti soprattutto a Coloretta e Castello (670 m. s.l.m.), e
sassaie (3,4%) presenti ad Arzelato (870 m. s.l.m.). Per quanto riguarda gli animali vengono annotati 1837 capi
di bestiame minuto (pecore e capre), 119 vacche, 32 cavalli, 10 maiali e 12 asini che troviamo concentrati nella
zona più ricca di prati ossia a Coloretta e Castello.
Nel registro con numerazione di costa 5 troviamo le 15 ville (Bratto, Braia, Navola, San Lorenzo, Monti di
Baselica, Guinadi, Grondola, Cervara, Morana Vignola, Bassone, Codolo, Scorano, Dozzano e Invico, Cavezzana
Gordana e Navalonga, Campoli) della Valle del Verde. Confinano a nord con l’Appennino parmense (Monte
Molinatico 1549 m. s.l.m.), ad est con la sponda destra del torrente Gordana e ad ovest con l’Appennino ligure.
La villa più popolata era Vignola (78 fuochi) situata sulla base meridionale del monte Molinatico, alla destra del
Verde e alla sinistra del rio Pilacca.
Per quanto riguarda le colture l’area di diffusione del castagno era la più estesa (36,1 %) e in particolar
modo copriva i terreni della villa di Cervara (700 m. s.l.m.) sulla schiena del monte Groppa a destra del Verde.
Altra coltura diffusa era quella della canapa (5 %) che troviamo soprattutto a Guinadi (600 m. s.l.m.) situata alle
falde del monte Castolio, propaggine del Molinatico, sopra la foce della Verdesina nel Verde. L’oliveto e la
vigna erano poco diffusi e praticamente concentrati attorno alla villa di Dozzano (449 m.s.l.m.).
I proprietari della maggior parte degli animali presenti nella zona erano in prevalenza di Cervara (700 m.
s.l.m.), di Bassone (410 m.s.l.m.) che è confinante con il torrente Betnia confluente del Verde, di Vignola (325
m. s.l.m.) e di Grondola (630 m.s.l.m.) villa posta sulla sommità di un poggio dominato dal monte detto La
Piana; poggio che è bagnato a ponente dal Verde e alla sua base, verso scirocco, dal torrente Magriola. Era a
capo dell’antica strada che per il Bratello, Valditaro e Bardi portava a Piacenza.
Nell’ultimo registro preso in esame, dalla numerazione di costa n.8, appaiono censite tutte le terre a
coltura delle Valli della Capria, del Gorgoglione e dell’alta Valdantena. Queste terre, che comprendevano 14
ville (Scorcetoli, Ponticello, Canale, Monteluscio, Sommo Caprio, Serravalle, Dobbiana, Ceretoli, Arzengio,
Toplecca, Versola, Casalina, Previdale, Groppodalosio) avevano come confini geografici a nord la sponda
sinistra del torrente Civasola, a est l’Appennino tosco-emiliano con i monti Orsaro (1831 m. s.l.m.), Braiola
(1821 m. s.l.m.) e Marmagna (1852 m. s.l.m.), a sud il torrente Caprio e ad ovest il lato sinistro del fiume
Magra.
Ancora una volta a dominare era la coltura della castagna (24,2 %) che troviamo in particolar modo nei
terreni della villa di Dobbiana (515 m. s.l.m.) situata in poggio sulla ripa destra del torrente Ondola. Per quanto
riguarda gli animali li troviamo soprattutto sui terreni della villa di Arzengio, ricca di terre campive, situata a
480 m. s.l.m. sulla pendice del monte Crocetta, alla sinistra della Magra e della strada della Cisa.
Il territorio di Pontremoli appare dunque caratterizzato da un insediamento compatto e raggruppato che è
rappresentato dal borgo e da un insieme di villaggi di altura, alcuni affacciati sulla pianura, altri arroccati tra le
montagne, posti ad altezze diverse, ma sempre inferiori ai 900 metri (il più alto è Arzelato con i suoi 870 m.
s.l.m.). Per quanto riguarda le colture presenti nel territorio, che di certo non possiamo ritenere abbondanti,
avvertiamo una netta prevalenza del castagneto e dei terreni campivi che troviamo ad una altitudine che si aggira
intorno ai 600 metri. Una larga estensione era coperta dal prato, sui seminativi si elevavano querce isolate o
qualche albero da frutto e piuttosto debole era nel complesso, tanto in coltura specializzata quanto sui
seminativi, la presenza della vite e ancor meno quella dell’olivo che compaiono solo nei versanti solatii.
 
 
 
 
 
 
 
 

2. L’attività agricola

L’attività agricola è stata fondamentale per l’economia della comunità pontremolese, ma non possiamo di
certo affermare che fosse prospera ed attiva; era vincolata a terreni difficili e soggetti al frazionamento di
proprietà e quindi è sempre stata in funzione dell’autoconsumo.
I contadini, per recuperare più spazio da destinare alla produzione cerealicola e per trasformare le pendici
dei monti e delle colline in terrazze degradanti e coltivabili, erano costretti ad eseguire lunghi e faticosi lavori di
disboscamento, opere murarie di contenimento della terra e di scolo delle acque. Essendo una risorsa
importante per l’economia locale ogni annata negativa doveva influire gravemente sull’andamento demografico.
In effetti alle guerre devastatrici si aggiungevano assai frequentemente dure calamità naturali. Dalle pagine di
Giovanni Antonio Da Faie si ha notizia di tempeste tali da causare la perdita del raccolto 8 ; di gravissime
carestie 9 ; e di nevicate tali da frustrare le fatiche dei contadini e da disperdere i frutti di un intero anno di
lavoro 10 .
L’aver analizzato, all’interno dell’estimo 11 i diversi toponimi (solo per Pontremoli se ne registrano 156)
mi ha permesso di avere un quadro più chiaro del paesaggio pontremolese. I toponimi di ogni frazione sono
importanti perché possono richiamare particolari colture (in li canevari, tra la vigna, a li castagni grandi, al
lupiney, a la galla), pratiche agricole (in debio) e piante della vegetazione (al pero, al cerro, in el guerceto, a
li nespoli). Ci dicono anche se il suolo era ricco d’acqua (al rì, al canale, tra la acqua) o quali animali fossero
presenti (a la stalla, li stabiè, in la peschera).
La struttura dei campi e le colture promiscue (filari di viti e alberi da frutto) impedivano l’uso dei rudimentali
aratri e imponevano ore di faticoso lavoro con semplici attrezzi agricoli. Vari, specializzati e rudimentali erano
gli utensili da lavoro: il ferrum o falcium veniva adoperato per tagliare le messi, la pale de ferro o badile per
preparare il terreno, il forcade per sarchiare, il sartorium de ferro per ripulire il grano, il zapoletum per
zappare e fare i solchi, le sezze o ronconi de ferro o falcicioni per segare l’erba dei prati, la forfice, il pennatus
detto anche maracium e la securis per potare le vigne e tagliare gli alberi.
Questi attrezzi erano costosi e quindi non tutti e non sempre erano posseduti dai lavoratori. Venivano fatti
o restaurati dai fabbri locali i quali dovevano apporre sui medesimi il proprio marchio ed erano soggetti ad una
multa se non avessero fatto unam costam planam in circulis pro vegetibus et tinis 12 . A questo proposito si
rinviene, tra gli atti del notaio Girolamo Belmesseri, un documento molto interessante rogato il 26 giugno del
1459 a Cazzaguerra Supra nella piazza superiore davanti al macello 13 . Pietro del fu Giovanni della Sesta
Soprana, podesteria di Corniglio, episcopato di Parma, padre e legittimo amministratore di Genesio di 14 anni,
da una parte e magister Cristoforo del fu Antonio da Pontremoli, ferarius e hospes nella terra di Pontremoli a
Cazzaguerra Supra, nella vicinia di San Geminiano, per l’altra si accordano in questo modo:
Si stabilisce che Pietro deve mandare il detto Genesio da Cristoforo ferario ad discendum artem ferarie
et manescharcharie per i prossimi sei anni e che il detto Genesio deve andare ad abitare a casa di Cristoforo e
tornare alla casa paterna in festivitatibus celebrandis et diebus non feriatis. Il detto Pietro impegna tutti i suoi
beni presenti e futuri a favore del detto Cristoforo e deposita, per cauzione, presso Giovanni del fu Bartolomeo
Panecarne di Pontremoli 25 ducati d’oro mentre magister Cristoforo promette, per questo periodo di sei anni,
di pascere calciare et vestire condecenter il detto Genesio.
Scarse sono le notizie relative a modi e ai tipi delle diverse operazioni agricole. Gli statuti puntualizzavano
certe modalità di produzione, di vendita ma anche di conduzione dei seminati. E’ probabile che l’aratura venisse
fatta da agosto a novembre servendosi di buoi (armentinorum) spesso presi in affitto o in comproprietà. Dopo
l’aratura seguiva la semina in autunno avanzato, la sarchiatura in primavera e l’erpicatura dopo il taglio delle
messi. Il grano tagliato veniva portato nelle aie e qui le spighe erano calpestate dal bestiame mentre il panico
veniva battuto con il correggiato che era formato da due bastoni uniti da una striscia di cuoio. Anche la raccolta
era diversa; il grano e il panico venivano tagliati rasente terra con la falce fienaia in modo che la paglia restasse
attaccata alla spiga e sul terreno rimanessero solo le stoppie. Il miglio invece veniva tagliato appena al di sotto
delle pannocchie.
Le colture promiscue venivano limitate. Nessuno poteva seminare lupini nisi in sedatis in quibus fructum
deferant 14 , si vietava di far crescere alberi di alto fusto 15, si obbligava ad estirpare arbores che non facevano
frutti 16, ed infine si imponeva di potare piante fino all’altezza di sette braccia per ridurre il più possibile le zone
d’ombra 17 .
Sicuramente primitive erano le rotazioni e i sistemi di concimazioni. Veniva praticata l’alternanza
grani-lupini ma non con lo scopo di rigenerare il terreno ma come foraggio per pecore e capre. Era diffusa
invece la praticata del debbio che consisteva nel bruciare lo strato superficiale del terreno prima di prepararlo
per la semina e nell’utilizzare la cenere come fertilizzante. Vi era anche l’uso di bruciare le erbe dei pascoli nel
periodo estivo per avere una pastura migliore.
 


 

Vicinia di San Pietro - nessun mulino
 

Vicinia di San Geminiano - mulino di Bartolomeo Maraffini con 2 mole e 1 frantoio pro oleo in
Borgo Vecchio sul magra
- mulino di Geminiano Bertoni e
Damiani vicino al ponte sul Verde
- mulino di Giuliano Parasacchi
“ a la Portigotta ” sul Verde
 

Vicinia di San Nicolo’ - mulino di Stefano Maraffini in Borgo Vecchio sul Magra
 
 
 
 
 
 

MULINI PRESENTI NELLE VILLE
 
 

Gravagna mulino dei Bosi sulla Civasola
mulino dei Sesti sulla Civasola “a la Molina”
mulino dei Magnani sulla Civasola “al molin
Bradello”
mulino dei Filippi sulla Civasola “al molin
Malavolta”

Montelungo mulino dei Leonardi sul Magriola “a la
Vigna”

Succisa mulino dei Magistri e Casanova “al rì de la
Arolla” o “a la Borgadara”

Cavezzana Antena mulino degli Antognini sul Magra

Teglia mulino dei Magnani de Sirolo sul Teglia

Careola mulino dei Fontana sulla Martiola
Torrano mulino dei Pede sul Mezemola
Castoglio mulino dei Ranella “in la Casmila”

Coloretta e Castello mulino dei Testa sul Gordana
mulino degli Iacopini sul Gordana
mulino dei Pelliccia sul Gordana
mulino degli Iacopetti “al Monte” sul
Gordana
mulino dei Cervaria “ in Alonchamara”

Zeri Mezzadura mulino dei Conti “al fiumo de Tralacqua”
sul Gordana
mulino dei Boleri “al fiumo de Tralacqua”
sul Gordana
 

Noce mulino dei Tonsi “in Tralacqua” sul Gordana

Piagna di Rossano mulino degli Schiavi “in acqua Rossani”
mulino dei Giordani “al molin de la
Vinichiola”

Montelama mulino dei Bertagnani sull’acqua di Rossano

Monti di Baselica mulino dei Bagini sul Verde “al Verdo”
mulino dei Bertoni sul Verde
mulino dei Civeriae sul canale di Remorascho
mulino degli Antoniocii sul Verde
mulino dei Rezoni con “1 fulo per arbasio e 1
per canebis”

Guinadi mulino dei Riolli “in la Mura” sul Verdesina
mulino dei Pelliccia “al Molin” sul Verdesina
mulino degli Ugoti-Clerici e Pelliccia
al
Groppo del Tegardo sul Verde con 1 “fulo”
per l’albagio e 1 per la canapa
Morana Vignola mulino dei Picinini sulla Pilacca

Bassone mulino dei Pichi al follo sul Betigna

Sommo Caprio mulino dei Taruffi sul Caprio

Serravalle mulino dei Franchi sul Canale

Dobbiana mulino dei Torsoni di Tarasco e dei Pasquali
mulino dei Pini
mulino dei Santi al canale “de la Scoradega”

Versola mulino dei Caselli “al molin Croza”sul
Ma-
gra

Previdale mulino degli Accorsi a Barcola sul Magra

Groppodalosio mulino degli Anselmi e Fanelli sul Magra
mulino dei Delomodarma sul Magra
 

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